WAR AT HOME | Lettura critica di Sonia Catena | 2016

 

Nell'arte di Alex Sala la casa si trasforma in un luogo di guerra e scontro. La casa, usualmente, è emblema della vita, corpo e contenitore della coscienza e delle emozioni, un involucro minimale che assurge a riparo, protezione contro le avversità esterne e punto di partenza per lo sviluppo della nostra identità e del rapporto con l’altro.
Il filosofo francese Bachelard ne La poetica dello spazio, definisce la casa come uno spazio che racchiude il tempo e l’immaginazione, contenitore dei valori di intimità custoditi nel nostro mondo interiore. Nell’opera di Sala, tuttavia, la casa non è simbolo di sicurezza e di spazio vitale, di nido o di rifugio, ma è, improvvisamente, il suo opposto. La fiducia è tradita e l’eterogeno corpus sul tema “casa” può essere letto attraverso diversi livelli di lettura e analisi. Al caldo legno è contrapposto il freddo metallo, struttura contenitiva, costrittiva, o esso stesso contenitore sterile in cui nulla cresce. In “Homeless” gli elementi fondanti della casa, il mattone e il cemento, cercano una loro collocazione, mentre in “Specchio riflesso” lo specchio chiude la forma, la avvolge, vede il mondo e al contempo riflette il suo osservatore. Casette diverse che rappresentano concetti e problematiche difformi, dal riflettere sul mondo alla mancanza di nutrimento, passando per la prigionia e l'incapacità di toccarsi, nonostante la vicinanza (“Cosi vicini”). Sono architetture disfunzionali, in cui sono assenti porte e finestre, pertugi apribili o chiudibili che separano e uniscono, che mostrano o celano qualcosa. Un’intimità che non permette di comunicare con la realtà esterna, non si vede oltre, prigionieri, forse, della nostra mente e del nostro io. Case senza occhi e bocca che non lasciano vedere, parlare. La sagoma minimale, linea di confine, separa il dentro, il privato e il familiare, dal fuori e dall'ignoto. Gli accessi qui non ci sono, non vi è relazione, comunicazione o la possibilità di entrare in un mondo e nell'altro. Ogni materiale impiegato ha una sua identità ben definita, non vi è porosità e apertura. La casa è noi, ma è anche un paese, un microcosmo, con i propri problemi, le proprie guerre e riflessioni. Nulla traspare, tutto è chiuso in confini ben circoscritti.

I titoli di ogni opera rafforzano quell’idea di incomunicabilità, ogni casa prende forma da un’idea concettuale sottesa. Un attivismo sociale che caratterizza la ricerca dell’artista in questi anni, infatti, War at Home è la naturale evoluzione di due progetti: "Anatomia del mattatoio sociale" e "Terramorta/Carnetrita". Sala rappresenta l’umanità, la società, un paese e al medesimo tempo una moltitudine di emozioni e suggestioni, attraverso un elemento geometrico stilizzato, un quadrato e un triangolo che racchiudono il concetto stesso di casa. Crea un mosaico di idee da cui parte per agire, per produrre un cambiamento per sé e per gli altri, perché non si può essere indifferenti, chiusi in sé stessi. Attraverso la scultura e l’arte permette alle sue idee di sopravvivere, di diffondersi nei centri urbani o naturali, seminare casette per trasmettere le proprie idee fra le persone. È il mediatore e il traduttore di questi concetti, permette a queste case nomadi di viaggiare e vivere il mondo, diffondendo idee e progetti.