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DON'T CALL ME ARTIST | Lettura critica di Sonia Catena | 2020

 

“Non appena io mi sento guardato dall’obiettivo, tutto cambia: 

mi metto in atteggiamento di ‘posa’, mi fabbrico istantaneamente un altro corpo, mi trasformo anticipatamente in immagine.

 

Roland Barthes, La camera chiara.

Einaudi, Torino, 1980, p. 12

L'opera di Alex Sala nasce negli occhi e nella mente di chi osserva. L'atto performativo celebra il senso intrinseco della sua ricerca artistica che trova massima espressione nella processualità e nella ritualità della creazione stessa. 

Quarantadue sono gli anni di Sala, così come quarantadue sono le foto che lo ritraggono in primo piano e che il performer strappa una a una, con violenza rituale, per dichiarare la sua netta presa di posizione nei confronti degli artisti che si ritengono tali e che si espongono senza pudore sui social. Ma chi è l'artista? Difficile trovare una risposta assoluta. Sfogliando la Treccani si trova questa definizione:"il termine implica spesso un giudizio di valore ed è attribuito a chi nell’arte professata ha raggiunto l’eccellenza". Si presuppone dunque che ogni artista, o presunto tale, abbia alle spalle una ricerca di un certo spessore che possa destare meraviglia, eppure - sostiene Sala - l'apparenza e la quantità di like sui social sembrano oggigiorno determinarne la qualità e l'importanza.

Il performer milanese sviscera il concetto del suo precedente progetto "Art is a prison" (2019) e lo esaspera utilizzando il suo volto in primo piano, replicandolo ossessivamente, sino a soffocare la nostra percezione. Un'immagine dell'artista ripetuta infinite volte, ove la sua riproduzione perpetua porta alla perdita di significato, riducendola a mera sagoma. 

 

Da sempre l'uomo lascia traccia del suo volto e del suo corpo, l'autoritratto artistico è padre di questa necessità di autorappresentazione. I selfie, che si ripetono senza fine nel web, non sono dei contemporanei autoritratti, anzi l'immagine dell'artista è svuotata di significato, non ha più una funzione di presa di coscienza ma è solo comunicazione di un qui e ora, di un momento. Distante dal sublime ricordo dell'antico mito di Narciso e da quella preparazione culturale che ogni autoritratto pittorico e fotografico esigeva in quanto mezzo per presentarsi agli altri e per esprimere il proprio stato emotivo. Si è invece al cospetto di un autoscatto che di immortale ha ben poco, ove l'elemento sostanziale è reclamare - o meglio - proclamare con veemenza il proprio status di artista, condividendolo sui social network, pena il non esistere, il non essere celebrati per la propria opera. Un capriccio dell'io, un autocompiacimento che fa si che gli "artisti" modulino il proprio sé costruendo un'immagine e un'identità falsata e costruita, con l'arroganza di chi pensa di essere portatore di bellezza. Ma davvero i 15 minuti di celebrità di cui parlava Andy Warhol, o i 15 secondi di una stories odierna, determinano oggi il nostro essere artisti?